La Lènga Piemontèisa ed i so dialèt

Quando si parla di Lènga Piemontèisa si intende il "Piemontèis comun", o, con termine tratto dal greco antico, la koiné (usato al femminile).

Base della koiné è il piemontese occidentale, che copre, molto grossolanamente parlando, la pianura pedemontana compresa tra Torino e Cuneo: non per caso si dice che il piemontese più puro, o più bello, sia quello di Saluzzo, che appunto si situa tra le due città. Ovviamente le sfumature che prevalgono, nella koiné, sono quelle proprie di Torino, non soltanto per il suo ruolo storico di capitale del Piemonte, ma anche per la funzione di crogiuolo svolta nei confronti delle varie popolazioni del territorio.

Nondimeno è errato dire che alla base del "piemontese comune" ci sia il torinese: c'è, più correttamente, il piemontese occidentale.

Le altre parlate sub-regionali che rientrano nell'alveo della lingua piemontese sono il canavesano, il biellese, il langhetto o langarolo, ed il monferrino. Leggermente scoperta, rispetto a questa suddivisione, rimane la provincia di Vercelli, la cui parlata propone una base monferrina con forti innesti lombardi, su cui si è estesa più tardivamente una notevole influenza del piemontese comune.

Totalmente lombardo è il VCO (con una certa influenza piemontese nel Cusio), mentre la provincia di Novara, perlomeno la sua parte occidentale, sovrappone ad una fonetica e ad un lessico sostanzialmente lombardi, una sintassi più marcatamente piemontese.

Venendo all'area di tuo interesse specifico, cioè il confine sud-orientale del Piemonte, è senz'altro accettabile dire che già nelle frazioni orientali di Alessandria si parlano dei dialetti estranei alla famiglia linguistica piemontese. In altre parole il confine sud-orientale del piemontese è proprio il capoluogo, nel senso di centro urbano, della provincia.

Ad est di Alessandria, quindi nel tortonese, si parlano dialetti con tratti sia lombardi sia emiliani, affini alle parlate del pavese occidentale, ma che non sono pienamente riconducibili nè al lombardo né alle parlate emiliane (mentre si può parlare di due grandi famiglie di parlate lombarde, quella occidentale e quella orientale, non esiste una koiné emiliana). In Valle Scrivia è maggiore l'influenza del genovese, ma anche in questo caso direi che la famiglia di appartenenza è quella lombardo-emiliana (posso sbagliare, ovviamente: bisognerebbe studiare località per località).

Ovviamente il fatto che nel tortonese non si parli un dialetto piemontese non vuol dire che le popolazioni non siano piemontesi: Fausto Coppi era di un paese a metà strada tra Tortona e Novi Ligure, ed a nessuno verrebbe mai in mente in dire che non fosse piemontese. Anzi, Fausto Coppi è l'archetipo della piemontesità.

D'altronde anche sulle nostre Alpi si parlano dialetti provenzali o franco-provenzali, ma si tratta a tutti gli effetti di popolazioni piemontesi. A nessun marsigliese o nizzardo, pur nella comunanza linguistica con le genti delle nostre montagne, sarebbe mai venuto in mente di definire "provenzali" gli emigranti dalle valli del Piemonte: "tout simplement, ils etaient des Piemontais".

Infine un'altra precisazione circa la provincia di Alessandria: quel che abbiamo detto per il tortonese non vale a nord-est del capoluogo. A Valenza, e ovviamente a Casale, si parlano dialetti monferrini, quindi piemontesi. E nella vicina Lomellina, amministrativamente lombarda, è difficile secernere ciò che è lombardo dal molto che è piemontese.

Appartengono, altresì, alla famiglia linguistica piemontese la Valbormida savonese in Liguria (i cui abitanti, per converso, non si sentono per nulla piemontesi, ed anzi non ci amano), che presenta un incrocio molto arcaico tra langhetto e monferrino, ed il comune di Pont Sant Martin (la cui varietà è il canavesano) in Val d'Aosta.

Ëd Fabrizio Arnaud




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